Nessun capo selezionato.
Su quello che resta dopo la Fashion Week, sulle gonne di Miuccia Prada e su cosa intendiamo davvero quando diciamo Made in Italy.
Lo so che vi avevo promesso una newsletter dedicata all'armadio autunnale.
E sì, me lo sono annotato. Ho l'agenda qui davanti.
Ma nel frattempo c'è stata la Fashion Week e, prima di passare a cappotti e maglioni che le temperature continuano a farci credere di non aver ancora bisogno di indossare, mi sembrava valesse la pena fermarsi su quello che mi è rimasto.
Due cose.
Le gonne di Miuccia Prada.
E il Made in Italy.
Che, a pensarci bene, hanno parecchio a che fare l'una con l'altra.
Partiamo dalla seconda.
Made in Italy è una di quelle espressioni che usiamo talmente tanto che rischiamo quasi di dimenticarci cosa significhi davvero.
Prima o poi arriva sempre qualcuno a dire che significa “fatto con amore”.
Che, per carità, è anche molto bello.
Ma il Made in Italy è qualcosa di molto più concreto.
È fatto di persone che conoscono un tessuto toccandolo. Di mani che sanno quando una cucitura cade male prima ancora che noi riusciamo a capire perché. Di modellisti, sarte, produttori e aziende che hanno impiegato anni, spesso generazioni, a imparare un mestiere.
Il problema è che siamo diventati piuttosto impazienti.
Vogliamo più vestiti, più velocemente e possibilmente a meno.
Solo che, da qualche parte, quel “meno” qualcuno lo deve pagare.
Molte realtà produttive italiane fanno sempre più fatica a competere con certi prezzi e, nel frattempo, anche noi stiamo lentamente disimparando a riconoscere la qualità.
Quella di una giacca che cade esattamente dove dovrebbe. Di un abito che segue il corpo senza costringerlo. Di una gonna che sembra semplicissima finché non provi a capire perché ti sta così bene.
E, a proposito di gonne.
La Fashion Week milanese è appena finita e Miuccia Prada e Raf Simons hanno deciso di mettere proprio la gonna al centro della collezione.
Una scelta che, per chi mi conosce, non poteva che trovarmi d'accordo.
Miuccia dice che le gonne le interessano più dei pantaloni.
Direi che siamo decisamente sulla stessa linea di pensiero.
Ma la cosa che mi è rimasta più impressa è il modo in cui ne parla: la gonna come un oggetto semplice, facile da indossare anche quando diventa eccentrica. Puoi cambiare completamente quello che succede dalla vita in giù senza cambiare tutto il resto.
Waist down, appunto.
Eppure, per essere un capo così semplice, la gonna ha raccontato parecchio di noi.
Nel 1947 Dior le diede volumi enormi con il New Look. Negli anni Sessanta la minigonna diventò il simbolo di una generazione che aveva parecchia voglia di cambiare le regole. Poi arrivarono gli anni Novanta, Carolyn Bessette-Kennedy e, poco dopo, Carrie Bradshaw, che ci ha insegnato che una gonna di tulle e una canottiera potevano essere un outfit perfettamente ragionevole per attraversare Manhattan.
Per essere un pezzo di tessuto che parte dalla vita in giù, ha creato una discreta quantità di scompiglio.
Cosa che, naturalmente, me la rende ancora più simpatica.
Miuccia Prada sulle gonne ragiona da tempo. Nel 2004 dedicò loro persino una mostra, Waist Down, guardandole quasi come oggetti prima ancora che come vestiti.
Forse è proprio questo che mi piace della moda quando è fatta bene.
Non deve sempre inventare qualcosa che non abbiamo mai visto. A volte può prendere qualcosa che conosciamo da sempre e farci venire voglia di guardarlo di nuovo.
Ed è qui che le due cose con cui ho iniziato questa newsletter finiscono per incontrarsi.
Perché dietro una gonna apparentemente semplice c'è tutto quello che non si vede.
La costruzione. La proporzione. Il tessuto. Il modo in cui cade quando camminiamo.
Quella differenza quasi invisibile tra una cosa semplicemente prodotta e una cosa pensata, costruita, provata e corretta.
The Sloane è interamente Made in Italy.
Dalla prima all'ultima fase della produzione.
E per me non è semplicemente qualcosa da poter scrivere su un'etichetta.
È una scelta.
Significa lavorare con persone che conoscono questo mestiere, contribuire nel nostro piccolo a mantenere vivo quel sapere e accettare che certe cose richiedano più tempo.
Perché le cose belle, almeno secondo me, vanno usate.
Una bella giacca dovrebbe finire sullo schienale di una sedia al ristorante. Una gonna dovrebbe essere indossata così tante volte da diventare riconoscibile come tua. Un cappotto dovrebbe accompagnarti per anni e, possibilmente, vedere qualche posto interessante.
Il valore non sta nel conservarli perfettamente.
Sta nel fatto che valga la pena conservarli.
Ed è forse questo che mi interessa davvero del Made in Italy.
Non soltanto quello che produciamo, ma quello che sappiamo fare.
Perché quando una realtà artigianale scompare, rischia di scomparire anche una parte di quella conoscenza: tecniche, gesti e competenze che hanno impiegato generazioni a formarsi.
Una parte importante di ciò che ha reso l'Italia riconoscibile nel mondo è nata proprio lì: nei laboratori, nelle sartorie, nelle piccole aziende e nelle mani di persone che hanno continuato a perfezionare il proprio mestiere.
Oggi, forse più che mai, quel sapere è uno dei patrimoni più preziosi che abbiamo.
E in un momento in cui possiamo avere praticamente qualsiasi cosa, immediatamente e in quantità probabilmente non necessarie, conservarlo mi sembra quasi rivoluzionario.
Un po' come una gonna.
La prossima settimana, lo prometto: armadio autunnale.
Questa volta è scritto nell'agenda giusta.
